Quello che oggi si ascolta, domani diventa vita

Quello che oggi si ascolta, domani diventa vita

Provate a fare questa cosa: pensate a una canzone che avevate quindici anni. Non la più bella che conoscete — proprio quella lì, quella che passava sempre.

Vi è tornata in mente in due secondi. E con lei, quasi certamente, è tornato dell’altro: una stanza, una stagione, delle persone, un’estate precisa. Non l’avete richiamata voi, è venuta da sola.

Questo non è nostalgia ed è tutt’altro che un fatto sentimentale. È il modo in cui funzioniamo. La musica che si ascolta negli anni della crescita si deposita insieme a tutto ciò che le sta intorno, e resta agganciata a quel materiale per decenni. I gusti musicali che si formano in adolescenza cambiano pochissimo nel resto della vita: quello che entra allora, in gran parte, resta.

Il che cambia la natura della domanda

Chi guida un oratorio prende ogni giorno decine di decisioni che si esauriscono in giornata: chi apre, chi chiude, come si dispongono i tavoli, che gioco si fa dopo merenda. La musica del cortile sembra appartenere a quella categoria — una faccenda da risolvere in cinque minuti collegando un telefono — e invece appartiene a un’altra.

Perché fra vent’anni, quando uno dei nostri ragazzi sarà un uomo di trentacinque anni con un lavoro e dei figli, e una canzone qualunque in un supermercato lo riporterà per un istante a quel cortile, l’unica cosa che avremo deciso noi sarà quale canzone.

Non decidiamo che cosa si ricorderanno. Decidiamo, in parte, con che colonna sonora.

Il seme e il terreno

C’è un’immagine evangelica che gli oratori conoscono bene e che qui torna con precisione: quella del seminatore. Non promette risultati immediati, anzi mette in conto che una parte del seme vada perduta; ma dà per scontato che ciò che viene seminato, prima o poi, dia frutto secondo la sua natura.

L’oratorio è un terreno straordinariamente fertile, e lo è per un motivo semplice: i ragazzi ci arrivano aperti. Non hanno le difese che hanno a scuola, non stanno valutando nessuno, non sono lì per obbligo. Sono nel momento della vita in cui si è più recettivi e meno protetti, ed è precisamente per questo che l’oratorio funziona — e precisamente per questo che ciò che vi si semina attecchisce.

La musica, in questo terreno, è un seme che entra senza chiedere permesso. Non passa dalla discussione, non chiede di essere condivisa, non aspetta il momento adatto. Passa e basta, mille volte, finché non è più una canzone ma un pezzo di grammatica interiore: il modo in cui quella persona, senza saperlo, si è abituata a immaginare l’amore, il successo, il rapporto con il proprio corpo, il valore di una sera.

La domanda, allora, non è se stiamo seminando. Stiamo seminando comunque, ogni pomeriggio, dalle quattro alle sette. La domanda è che cosa.

Tre verbi

Il modo più onesto di affrontare la cosa sta in tre verbi, in quest’ordine.

Ascoltare, prima di tutto. Non in senso morale: in senso letterale. Sapere che cosa gira in cortile, leggere qualche testo, rendersi conto. È il passo che quasi nessuno fa, e senza il quale gli altri due sono chiacchiere.

Scegliere, poi. Che è la parte scomoda, perché scegliere significa anche escludere, e nessuno ha voglia di fare la figura di quello che censura. Ma la scelta c’è già: oggi la sta facendo la classifica del momento, e la sta facendo al posto nostro. Riprenderla in mano non è togliere qualcosa ai ragazzi, è smettere di delegare.

Educare, infine — che qui vuol dire semplicemente costruire un ambiente coerente. Non un ambiente diverso dal mondo, non un ambiente triste: un ambiente in cui quello che si sente e quello che si dice vanno nella stessa direzione. I ragazzi sentono benissimo quando le due cose non coincidono, molto prima di saperlo spiegare.

Perché esiste RadiOratorio

Nessun animatore ha il tempo di leggere seicento testi, e non è nemmeno giusto chiederglielo. Ma quel lavoro qualcuno lo può fare una volta per tutti.

È il servizio di RadiOratorio, la radio in store per gli oratori e gli spazi educativi italiani: la stessa energia, gli stessi generi, i tormentoni che i ragazzi vogliono sentire, ma su un repertorio verificato brano per brano — perché ciò che oggi esce dalle casse del cortile, fra vent’anni sarà ancora lì.

Non seminiamo per il pomeriggio. Seminiamo per il 2046.

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