In un oratorio ci sono cose che si decidono e cose che semplicemente succedono. Il tema dell’anno si sceglie in équipe, a settembre, e ci si mettono tre riunioni. Il cartellone all’ingresso lo si riscrive tre volte prima di appenderlo. La formazione degli animatori ha un programma, un responsabile, una data. Poi arriva il primo pomeriggio di settembre, il cortile si riempie, il bar dell’oratorio apre, e qualcuno collega il telefono alla cassa.
Quella è l’unica cosa che nessuno ha deciso. Ed è l’unica che sentono tutti, per quattro ore di fila, ogni giorno.
Non è una distrazione: è il punto. La musica di sottofondo è il solo contenuto dell’oratorio che raggiunge chiunque entri senza chiedere il permesso a nessuno. Il ragazzo che viene solo a giocare a biliardino e non partecipa a niente altro, quello che si ferma dieci minuti aspettando un amico, la mamma che passa a riprendere il figlio: tutti loro non ascolteranno mai una catechesi né leggeranno il cartellone. La musica invece la sentono. È l’unica proposta educativa a copertura totale che abbiamo, e nella gran parte dei casi la stiamo affidando alla cronologia degli ascolti di un diciassettenne.
Non è una questione di gusti
Qui casca sempre la stessa obiezione, e va presa sul serio: sono solo canzoni, non facciamone un dramma. È vero che non se ne deve fare un dramma. È falso che siano solo canzoni.
La musica non arriva alla testa come ci arriva un discorso. Un discorso lo si valuta, lo si può contestare, ci si può annoiare e smettere di ascoltare. Una canzone entra dalla parte del ritmo e dell’emozione, e le parole entrano insieme al resto, senza passare dal controllo. Per questo un ritornello si impara senza volerlo e un’omelia no. Chi lavora con gli adolescenti lo sa per esperienza prima ancora che per studio: si può stare mezz’ora a spiegare il rispetto, e poi lasciare che per due ore le casse ripetano l’esatto contrario, con un ritmo migliore e una rima che si ricorda.
E gli anni in cui questo accade non sono anni qualunque. Fra i dodici e i ventidue il cervello è nel pieno di una riorganizzazione profonda, e nello stesso periodo la musica smette di essere un passatempo per diventare uno strumento di identità: si sceglie un genere come si sceglie un modo di vestirsi, di parlare, di stare in gruppo. Dire a un ragazzo «che musica ascolti?» è chiedergli, in fondo, «chi sei?». Ecco perché la risposta che l’oratorio dà a quella domanda — anche solo con quello che esce dalle casse — non è mai neutra.
Che cosa esce, di preciso
Vale la pena di fare una prova, una volta sola. Prendete la raccolta che gira di solito in cortile, sceglietene cinque brani a caso e leggetene i testi. Non ascoltarli: leggerli, scritti, come si legge una pagina.
Nella maggior parte dei casi non troverete nulla di scandaloso. In alcuni casi troverete cose che, se le dicesse un adulto ad alta voce in mezzo al cortile, farebbero intervenire il parroco entro dieci secondi: sostanze citate per nome, denaro come unica misura del valore, un modo di parlare delle donne che non permetteremmo a nessuno dei nostri ragazzi.
Non si tratta di demonizzarle. Quelle canzoni i ragazzi le conoscono a memoria, le ascolteranno comunque, e l’oratorio non è un luogo protetto dal mondo. Si tratta di una cosa più semplice e più seria: quando quel testo esce dalle casse dell’oratorio, non lo sta più dicendo un artista alla radio. Lo sta dicendo l’oratorio. Il cortile è nostro, il bar è nostro, l’impianto è nostro, e chi ascolta legge quella musica come una cosa che abbiamo scelto noi — perché, tecnicamente, l’abbiamo scelta noi.

Una scelta che si può fare una volta sola
La buona notizia è che questo è uno dei pochi problemi educativi che si risolve una volta e resta risolto. Non richiede una campagna, non richiede di convincere nessuno, non toglie niente ai ragazzi: la stessa energia, gli stessi tormentoni, gli stessi generi, ma con testi che qualcuno ha già letto prima di voi.
È esattamente il lavoro che RadiOratorio fa al posto vostro: un palinsesto costruito per gli oratori e gli spazi educativi italiani, dove ogni brano trasmesso è stato verificato riga per riga, perché la musica del cortile dica le stesse cose che l’oratorio prova a dire.
Il cortile parla comunque. Vale la pena di decidere che cosa dice.

